Con il Kosovo negli occhi e nel cuore

pubblicato 05 feb 2012, 08:26 da Amministratore Dominio

[Diario di viaggio tra polli, aquilotti e aquiloni]

Ho pensato fosse meglio scrivere subito, appena tornati in Italia, in una giornata limpida di ferragosto in cui la città pare cuocersi al sole. Disfatte le valige riapro con emozione le pagine del minuscolo moleskine che assieme a Stefano, Andrea e Sara ho riempito durante la permanenza in Kosovo e Albania tra il 28 luglio ed il 14 agosto.

 

Nei paesaggi della memoria prendono posto, ancora piuttosto disordinatamente, centinaia di visi, animi e sorrisi; mattoni, angurie e fango; palloni, militari e cicogne; frontiere, montagne, sabbia di mare. Ricordi che ancora oggi vivono prepotentemente e che han fatto radici per il domani.

Sono con me Suor Gianna, Sara, Stefano e Andrea. E Amedeo, il furgone Volkswagen bianco. L’arrivo in Serbia [dogana di Lipovac] avviene solo nel pomeriggio di un sabato di fine luglio e dopo un paio di ore ci troviamo paralizzati nel traffico infernale di Belgrado. All’ora di cena si decide di pernottare a Nis, ultima grande città serba prima del confine con il Kosovo; città vivace, bellissima ed ospitale, storico caposaldo avanzato dell’imperatore opposto al dominio turco. Dispiace quasi lasciarla ma al mattino si riparte verso Sud: dobbiamo raggiungere al più presto Bishtazhin.

Si valica la frontiera di Merdare dopo quasi tre ore di coda: pare che gli amici serbi si divertano a non far passare le decine di macchine di kosovari che dall’Italia o dalla Germania rientrano per stare un mese in famiglia; o soltanto per sposarsi...

A Giakova ci presentiamo presso l’attrezzatissima base AKFOR dell’Aeronautica militare italiana: strano, l’accoglienza non mi pare delle migliori. Giakova ha un delizioso mercato vecchio che attraversa le rive secche dell’Ereniku: qui abbiamo avuto la fortuna di incontrare Suli, guida d’eccezione, bambino buono dagli occhi tristi. Vende accendini [30 cent l’uno] e portachiavi a turisti e militari. Per esser precisi all’ora di cena vende arachidi nella pizzeria Oita.

Finalmente nel tardo pomeriggio scorgiamo la chiesa di Bishtazhin con il suo campanile-minareto e finalmente possiamo abbracciare le nostre compagne di avventura Monda, Yllka, Orida e Suor Assunta. I sacerdoti [don Victor e don Michele] e le suore basiliane [Eleonora, Raffaella e Irene] ci riservano alcune stanze presso il nuovo complesso parrocchiale.

 

Ci manca un po’ tutto e ben presto scopriamo che l’elettricità in Kosovo -come in Albania- non è assicurata, anzi: si può stare senza luce e con il frigo spento anche per sei, sette ore.

Ma la macchina organizzativa del griver parte: ci muovono ottimismo, felicità ed un eccellente spirito di collaborazione. Yllka e Sara procedono a registrare il nome dei bimbi [da subito numerosissimi]; Orida e Stefano si trasformano rispettivamente in gallina e aquila mettendo in scena le rappresentazioni dell’aquila che si credeva un pollo.

I gruppi di lavoro vengono suddivisi per classi di età: si discute attorno alla tematica del giorno [ricavata dalla storia dell’aquila] disegnando, colorando, parlando fino al momento dei giochi di squadra organizzati da Andrea: intense ed appassionanti sono state le sfide combattute da Gialli, Arancione, Blu e Rossi. Fondamentali i momenti di preghiera e catechesi di Suor Gianna, Suor Assunta e Yllka: i bimbi sono attenti e partecipi anche durante i canti ed i buns fatti sulla scalinata della grande chiesa. I giochi di squadra organizzati da Andrea raccontano invece l’importanza di crescere vicino agli altri per scoprire che ognuno di noi ha un ruolo diverso per diventare “grande”.

Nei dipinti a gesso dei bambini alcune cose si ripetono, fondamentali: una casa [bella ed accogliente], il sole; le montagne. Il Kosovo. Un popolo che sta riconquistando la propria dignità anche se non riesce ancora a raccontare la guerra che ha vissuto, alimentato, subito. Penso che i colori di quei gessetti, magari oramai dalle forme indefinite, stiano ancora macchiando i viottoli del cortile parrocchiale; nonostante tutto qualcosa dovrà pur rimanere, ne sono sicuro, per sempre. Il pensiero mi commuove.

La messa delle 11 a Bishtazhin vede una nutrita partecipazione di gente [ma non vedo i nostri bambini!]; rimango sul fondo a sinistra, dalla parte degli uomini: noto con piacere che qualche moglie trasgredisce saggiamente alla tradizionale divisione stando accanto al marito. Alle nostre spalle il coro guidato da Suor Irene si comporta decisamente bene e vede la partecipazioni di voci sia maschili che femminili. Nell’aria si mescolano profumi di dopobarba e di vestiti appena inamidati. Sull’altare don Victor mi pare predichi molto bene ma i presenti sembrano un pubblico composto più che fedeli rapiti dalle parole del proprio pastore.

 

Al pomeriggio di martedì 31 incontriamo con suor Raffaella i giovani del paese: la prima impressione è che con loro si faccia fatica a comunicare e pare non sia solamente questione di lingua: verremo presto e con gran stupore smentiti. Un dato viene purtroppo confermato, ovvero il fatto che non lavorino.

Poco dopo si parte per Giakova per l’invasione [quasi] pacifica della base italiana dell’Aeronautica: siamo infatti ospiti del cappellano don Giuseppe [Don Gì], del Caporale Cassano e del Tenente Bottino [divenuto un mito, vista la sua magnanimità]; si visita anche la “tana” della AKFOR italiana: musica, cocktail e shouts, sempre sotto la “rigida” e paterna supervisione di Don Gì.

 

Il giorno successivo si raggiunge anche il monastero medioevale di Visoki-Decani, paradiso del cristianesimo ortodosso protetto dai militari italiani. Un giovane monaco, lungo, buono, barbuto e nero ci accompagna con la propria veste consunta nella chiesa principale illustrandoci il significato degli affreschi rappresentati. Da annotare anche la conoscenza con il gentile monaco del banchetto dei souvenir, proprio nell’atrio interno della chiesa che ci intrattiene piacevolmente facendoci gustare diverse essenze di incenso.

Sulla strada per Giakova capita poi di rallegrarsi per qualche minuto tra gli invitati ad uno dei molteplici matrimoni.

Conosciamo in questi giorni anche alcune famiglie del villaggio, tra cui quella di Kristi, il quale presto partirà altri due amici per Padova; scopriamo altre usanze: quella di togliersi le scarpe prima di varcare la soglia di casa e quella di ..non bere mai tutto il contenuto versato in un bicchiere, altrimenti viene continuamente riempito! La casa di Kristi è molto modesta ma ha un grande giardino con galline e qualche maiale.

La storia di Rhaza a Isniq: la sua è una delle molte storie di profughi kosovari che dopo più di tre giorni di cammino arrivarono sette anni fa in Albania, a Shengjin, proprio dalle nostre suore, passando per i sentieri impossibili della frontiera di Kukes; il figlio ora ventenne lavora all’aeroporto di Pristina, parla inglese. Ricorda naturalmente tutto di quei giorni tragici [lo fa sorridendo amaramente]. Mi racconta del suo islamismo da non praticante [come nella maggior parte dei casi] e della crisi ancora gravissima della sua nazione prevedendo un futuro decisamente poco roseo.

In compenso la mamma Rhaza ricama benissimo, ha una nipote chiamata Verona e il marito fa un delizioso raki. La sua è una bella casa in un paese che pare abbandonato, decrepito, così come la piccola moschea che ha accanto un cimitero di giovani e vecchi dimenticati. Appena fuori, accanto alla piazza, una tipica kulla [casa] albanese, patrimonio storico e culturale della nazione. Tutto attorno colline disseminate di tombe di partigiani UCK con le immagini dei giovani incise sul granito nero.

 

Ci spostiamo verso la capitale, Pristina, in un giorno di pioggia. Andrea contratta senza successo un ombrellone Algida da un fruttivendolo, al quale non va proprio di prestarcelo. C’è tempo per conoscere il qendra della città la quale –pur intristita e decisamente brutta- pare quasi moderna con banche, grandi hotel, ricchi magazzini, la grande università americana [da 6.000 euro all’anno] e un raffinato shopping center.

Il compleanno di Suor Gianna lo festeggiamo invece al piano alto di in una piccola pasticceria di Prizren, capoluogo densamente abitato del distretto omonimo, antica capitale serba al confine con la Macedonia, ma anche possibile capitale di un’ipotetica Grande Albania: bakllave e altre paste davvero deliziose contribuiscono a ravvivare il cielo bigio. E poi la grande moschea medioevale di Sinan Pasha dove preghiamo e dove cerco di imitare i pochi fedeli; Suor Gianna e Orida salgono una ripidissima scaletta a chiocciola: lassù è il posto riservato alle donne. Ci sono anche un paio di adolescenti che sgranano il loro rosario: si vede che vengono lì spesso e la nostra presenza incuriosita non li infastidisce affatto. Dapprima l’imam, quindi il giovane cerimoniere ci accolgono con serena ospitalità. Alzo la testa: siamo cosparsi da affreschi settecenteschi con motivi floreali su una struttura antica e interessantissima.

La bella Prizren lascia l’impronta indelebile della sua essenza turca. E soprattutto i segni ancora freschi della guerra che l’ha devastata: sotto il castello, alle pendici del monte Sar, l’antica chiesa ortodossa chiusa e protetta dal filo spinato e presso il suggestivo monastero protetto da algidi militari tedeschi.

L’ascesa alle rovine del castello, breve e ripida, mostra le ferite della distruzione e il caos della grande città sottostante. Che vive. Gli elicotteri della vicina base militare sono a ricordarci che qualcosa è successo e che il tempo a volte, troppe volte non è passato. Ripartire per Giakova sembra sia come tornare a casa, al sicuro.

 

Pec, altra città interessantissima un po’ per la moschea quattrocentesca, un po’ per il centro ricco di botteghe artigiane, un po’ per il tempio cattolico in stile eclettico ma soprattutto per il monastero serbo-cattolico ove è la chiesa madre dell’ortodossia balcanica. Silenzio; canti nell’ora vespertina; riflessi colorati dalle pareti opache; crocifissi consumati da baci; sarcofagi spalancati; iconostasi parlanti. E poi ancora silenzio; aria turgida di preghiera. Rimango attonito da tanta bellezza. Bellezza antica di affreschi, ori e marmi remotissimi, di una storia che permane –nobilissima- nonostante tutto, nonostante le guerre.

La guerra: ne parla con saggia discrezione nel suo italiano francesizzante, la donna che ci guida: la guerra, dice, si sarebbe potuta evitare in ogni parte dei Balcani se solo le fedi coinvolte avessero preso delle posizioni definite a favore della pace. Parla per decine e decine di minuti, ma sarei rimasto ad ascoltarla con gran piacere. Il sole però di fuori declina tra le gole e i boschi della profonda valle; e sempre mi domando quale mondo si sarebbe aperto proseguendo oltre il monastero.

 

Nelle giornate di pioggia non è rimasto altro che andare nel pallone: ma nel vero senso della parola, difatti la parrocchia di Bishtazhin nasconde alle sue spalle un modernissimo campo da calcetto coperto dove ogni sera si ritrovano i giovani [e non solo] del paese: si beve dell’ottima birra Peja e la squallida Pitt Bull. Il caffè preparato in qualche maniera da Kristi è incredibilmente buono: e io che non mi fidavo, soltanto per quella manciata di mosche in più.

E dato che gli abitanti di Bishtazhin sono molto sportivi, si accetta la sfida a calcetto Italia-Kosovo [in realtà le squadre sono miste]: nonostante il panino ripieno di cevapcici mangiato poco prima, mi sento al sicuro con Monda in porta, Yllka e Stefano in difesa, mentre in attacco sfonda le maglie avversarie Orida, autentico bomber carioca. Libero, alla maniera del buon vecchio Oriali, non può che stare Andrea. A bordo campo, tifose accanite e parzialissime, Sara, Assunta e Gianna.

A fine partita scaturisce un’improbabile chiacchierata [in quale lingua? Le abbiamo provate tutto, poi si passa ai gesti] tra noi calciatori dell’ultima ora: meno male che a tener banco sono le nostre amiche shqiptare.

 

Ma dove eravamo rimasti con la nostra storia? L’aquilotto che si credeva un pollo infine imparò a volare. Ma mentre la favola finiva, iniziava la grande festa finale con canti e danze tradizionali e la riproposizione della storiella del pollo. E fanno la loro timida comparsa anche i genitori: e così il villaggio di Bishtazhin, distretto di Giakova, imparò a volare…

E come dimenticare l’aquila Driton, Prenk l’aquilotto; Dominik la chioccia; Mikel il narratore, le galline Rikard ed il buon Kristian. La festa è un trionfo: canti popolari, danze, recite e -dulcis in fundo- la clamorosa lotteria finale.

Al pomeriggio il cortile della parrocchia di Bishtazhin si riempie invece di ragazzi. Iniziano le danze; finiranno solo a tarda sera. Perché in Kosovo, come in Albania, quando c’è tempo e un po’ di musica si balla, senza pensare ad altro; si balla; si balla fino a quando ce n’è…

 

Trascorsa l’ultima notte kosovara il furgoncino Amedeo si fa bello in un lavazh: è tempo di abbandonare il Kosovo; con le lacrime agli occhi. Salutiamo rattristati anche Suor Gianna che riparte per l’Italia. Si parte per l’Albania e per conoscere finalmente Shengjin.

Il viaggio a Sud è la cronaca di una giornata lunghissima tutta tornanti, buche, strade distrutte o in costruzione: da Kukes a Fushe Arres a Puke e poi in picchiata fino a Lezhe.

Shengjin è subito lì, sopra quella striscia di sabbia conquistata furiosamente alla montagna rossa. Musica techno-pop, Ramazzotti, odori forti, ragazzi che tornano dalla spiaggia, mostri di cemento sorti come funghi proprio davanti alla piccola casa delle suore. La strada è una pista da go-kart che attraversa prima le paludi delle baracche per arrivare infine al porto. C’è tempo anche per dar un’occhiata a Durazzo al sabato sera: è festosa e vivacissima.

 

A Shengjin Vera ci apre il coloratissimo asilo di Suor Assunta e le baracche, regno di fango secco, mosche e odori fortissimi di umanità. Genti si costruisce la casa, pian pianino, tanto per loro non è domenica; cinque minuscoli amici pelano quintali di patate e ci accompagnano tra le loro quattro pareti di legno; Genta biondissima in pigiama si stropiccia gli occhi, ci guarda da sotto in su e corre via scodinzolando a piedi nudi sulle crepe di quella terra arida.

C’è tempo ancora per la messa proprio sotto la casa delle suore e ancor prima per l’ultimo bagno dell’estate. Guardo la sabbia tra gli ombrelloni verdi dove la vita sembra scorrere serena e spensierata e penso ai bambini di Giakova, ai loro sguardi, ai loro abbracci. Sento l’Europa che si avvicina e un po’ mi preoccupa: vorrei godermi ancora un po’ questa terra che mi dà senso, gusto e vita; vorrei capirla e ancor di più amarla.

 

Ma è tempo di ripartire per l’Italia; salutiamo Lorenza, Barbara, Michela e Andrea del V.Ai. che ci hanno rifocillato e custodito durante la permanenza in Albania; un ultimo giro con Andrea per salutare le baracche, quindi si punta decisamente in direzione di Scutari, verso la dogana di Muri Cane. Si passa presto il confine con il Montenegro, dove tutto pare diverso.

Mai ritorno fu più veloce; è vero che ci è costato due giorni di macchina, ma eravamo quasi proiettati violentemente verso la nostra patria. E non era per fuggire dall’Albania, nondimeno dal Kosovo. E’ una sensazione strana, penso impossibile da descrivere. Le coste tentatrici del Montenegro; la bellezza disarmante di Dubrovnik; la traversata delle Bocche di Cattaro, il fascino spettrale del porto di Ploce, le foreste della Serbia, la buona birra slovena… niente riesce a distrarmi da quanto vissuto nei giorni precedenti. Niente è più reale di quel ricordo, di quei cento, mille sguardi che abbiamo incrociato e che abbiamo amato; niente è più importante di quei giochi e degli abbracci rubati avidamente dai bambini.

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