Racconti dai Volontari

Pensieri dal Paese delle aquile [il bello di sentirsi stranieri]

pubblicato 15 ott 2012, 13:12 da volontariaiutamondo   [ aggiornato in data 15 ott 2012, 13:14 ]

Siamo anime pellegrine in viaggio per il mondo: per ciascuno di noi l’occasione più straordinaria per amare e conoscere, l’opportunità più grande per sentirci stranieri [lo dice proprio padre Antonio, il parroco di Shengjin] … E la sensazione non è sempre delle migliori!
Gli Albanesi all’interno del loro stato sono circa 3 milioni [in Italia siamo 56 milioni], mentre fuori dalla loro terra sono ben 9 milioni: tre volte tanto. E’ di certo uno dei motivi per cui gli Albanesi sono semplici ed ospitali, perché sanno che sono e saranno ancora per molto tempo pellegrini. In questo, e nella loro capacità di apprendere lingue e culture diverse, gli Albanesi hanno davvero molto da insegnarci: sono loro, che vengono dalle porte dell’Oriente, a ricordarci che in dieci anni 1 miliardo di persone in tutto il mondo ha cambiato il loro paese di residenza. Di questi, purtroppo, oltre 1 milione sono vittime di tratte, ovvero di commerci di uomini, donne e bambini.

L’Albania è il paese di fronte, unito a noi dall’Adriatico, unito alle nostre coste dallo stesso mare: unito, non diviso dal mare che fino alle guerre del Novecento è sempre stato la più grande via di comunicazione e mai un ostacolo. Albania è la porta dell’Oriente, da quello ortodosso a quello turco, un po’ come duemila anni fa la Galilea. L’Albania, sarebbe meglio dirla in albanese “Shqiperia”, ovvero terra delle aquile, è un paese ormai a tre velocità: la prima Albania è quella dei carri a cavallo, delle pecore bianche del Nord, dei cappelli a punta delle montagne, del ḉifteli ghego a due corde e delle donne che attendono nelle fresche corti imbiancate di calce e verdi di vite il marito partito la mattina per il mercato; la seconda Albania è quella dell’apparenza, introdotta a forza dalle televisioni, in stragrande maggioranza Rai e Mediaset: telefonini, macchine potenti, fast food più riforniti del Mac Donald’s, fiotti di bevande energetiche e chi più ne ha più ne metta di scemenze. La terza Albania è quella invece che accetta la propria individualità, è quella a cui piace la tradizione di un’economia [soprattutto agricoltura] non viziata dalla corruzione europea. Quella che pensa che molte cose le possono sistemare proprio loro albanesi: dalle parrocchie, dalle associazioni o Onlus nascono gruppi che riescono a combattere silenzi, terribili soprusi, un bel po’ di povertà e centinaia di anni di dominazioni assurde che hanno ucciso millenni di storia.

Shengjin è il porto di mare [in tutti i sensi…] che oramai da sei anni accoglie coloro che vogliono fare esperienze estive di volontariato e di animazione alla gente del luogo: anche quest’anno, per un paio di settimane, è stato pacificamente “conquistato” da studenti dell’Istituto Seghetti, ex- allievi e altri ragazzi con cui abbiamo condiviso giorni pieni di luce assieme a suor Gianna, suor Assunta, suor Rosa e suor Luisa. Shengjin Nasce in riva al mare, sopra una striscia di sabbia conquistata coraggiosamente alla montagna rossa. In inverno è gelida, durante l’estate è musica techno-pop, odori forti di cassonetti tedeschi aperti, ragazzi che tornano dalla spiaggia, mostri di cemento sorti come funghi proprio davanti alla piccola casa delle suore. La strada è una pista da go-kart fino alla prossima pattuglia di poliziotti.
Colpiscono le famiglie che ancora vivono nelle cosiddette baracche, regno di fango secco, mosche e odori fortissimi di umanità. Genti si costruisce la casa, pian pianino, tanto per loro non c’è fretta e non esiste domenica; cinque minuscoli amici pelano quintali di patate e ci accompagnano tra le loro quattro pareti di legno; Genta biondissima in pigiama si stropiccia gli occhi, ci guarda da sotto in su e corre via scodinzolando a piedi nudi sulle crepe di quella terra arida. La figlia di Blerina sa solo sorridere anche se timidamente continua a strofinarsi la sua maglia per una dermatite.

C’è una grande città vicino: si chiama Lezhe e si va per cercar lavoro alla giornata: si parte dalle paludi dove il regime comunista ha lasciato come souvenir migliaia di bunker o alveari umani dove i prigionieri politici svolgevano i lavori forzati. Oggi, dentro a tali celle non vi sono che ombre di uomini, con al davanzale una manciata di fagioli da essiccare e ai muri improbabili credenze rigorosamente vuote: si mangia, si dorme e si ricevono gli ospiti sullo stesso letto divano a molle saltate: chiedete a Giergij a cui l’umidità che invade i suoi 30 metri quadri impedisce anche di accendere la luce.
I campi di lavoro, dove si moriva lavorando per il regime di Hoxha, le cartiere di Lezhe costruite dai Cinesi, sono stati chiusi più di vent’anni fa ma nessuno ha trovato una soluzione a questi mostri: se la politica è cambiata è stata scimmiottando quella –già malata- italiana o comunque occidentale, gli attuali demagoghi populisti. L’attuale primo Ministro-capotribù è stato il cardiologo el dittatore ed è colui che due anni fa condivise la battuta di Berlusconi: “Sbarchi per gli immigrati? Sono ammesse solo belle ragazze”. Forse il nostro ex-premier non conosceva la storia degli Italiani in Albania che, per un secolo –il Novecento- si è quasi sempre tradotta in invasione ed infine tradimento della popolazione balcanica.
E pensare che prendersi cura dell’umanità sofferente, che ci interpella sull’uscio di casa e che ci chiede aiuto, che ci chiede di  rivedere i nostri esagerati stili di vita, che ci chiede di ripensare quale sia lo sviluppo sostenibile per tutti, dovrebbe essere una delle principali attività di un politico. E pensare che il popolo delle baracche sulla strada tra Shengjin e Lezhe viene da Tropoja, medesima città del premier Sali Berisha, lo stesso che ha messo figli e nipoti nei posti più importanti della politica e dell’economia albanese: è questa democrazia? E così l’Albania è di nuovo da reinventare: troppi i soprusi che la gente ha vissuto, troppe le violenze che si perpetuano ancora oggi, smisurate le angherie e le prepotenze che dagli Ottomani alla duplice invasione italiana, alla dittatura ha subito.

Abbiamo trovato, appena fuori dalle città, situazioni di disagio e miseria: tra le paludi di Malecaj molte persone [e bambini] sono malnutriti. La malnutrizione, conseguenza diretta della povertà, risulta essere una delle principali cause di disturbi neuropsichiatrici. Molti dei bambini con disagi mentali vivono in totale isolamento, nascosti tra le mura delle loro case e altri ancora vengono segregati in manicomi senza contatto con il mondo esterno. Alcune case-famiglia di associazioni come Progetto Speranza e Giovanni XXIII accolgono e cercano di reintegrare nella società bambini, giovani e adulti letteralmente raccolti da strutture statali dove si sopravvive in condizioni inimmaginabili: le cure sono assenti e il cibo è gettato lungo i corridoi luridi dei piccoli ricoverati.

Eppure l’Albania si muove e sembra svegliarsi definitivamente dal torpore. Guardo la sabbia tra gli ombrelloni verdi dove la vita sembra scorrere serena e spensierata e penso ai bambini della scuola materna, di quella elementare e del paese di Torovice, ai loro sguardi, ai loro abbracci. Non voglio, non vogliamo affatto tornare a casa: è una sensazione strana, penso impossibile da descrivere. In Albania senti il profumo d’uomo, ed è fortissimo; tocchi con mano nervi scoperti della nostra Europa [che tanto ha nelle viscere di orientale] e capisci un po’ di più cos’è la misericordia: la misericordia è partecipazione di cuori.
E’ il cambio di passo, l’andare oltre che ogni cristiano deve affrontare. Libertà e diversità dovrebbero essere le parole d’ordine, le parole chiave di una rivoluzione che dedica la battaglia alle moltitudini di casi e persone alimentando la conoscenza della diversità.
Nei paesi incontrati abbiamo percepito un desiderio di realizzazione solitamente personalissimo, scarsa l’adesione alla condivisione di un bene e di un bello comune: l’esterno è un’entità sconosciuta ai più o territorio insicuro dei poliziotti corrotti, residui di antiche galere: la città non è affar mio.

Dopo aver sorvolato tutto questo non si torna mai al punto di partenza: non è possibile. Scrive Primo Mazzolari: “Quando troverò uno che ha fame non gli potrò più dire <<Non so chi tu sia>>, perché ho visto. Davanti allo sguardo mortificato o rabbioso di chi è senza lavoro […], se vedo piangere, non potrò più scantonare;  quando leggerò dei morti che la guerra ammucchia, […] Tu mi obbligheresti a guardarmi le mani.”
Gli orizzonti per chi va, per chi torna, per chi ascolta, si allargano smisuratamente. Si creano mondi, si forzano porte, si aprono cassetti, si tiran le tende, per portare un po' di niente a chi, primi fra tutti noi stessi, crede di aver tutto.
Chiudo con una battuta, tratta da Erri De Luca [I pesci non chiudono gli occhi]:
“<<Chiudi quei benedetti occhi di pesce!>> <<Ma non posso! Se tu vedessi quello che vedo io, non li potresti chiudere...>>”. E’ semplicemente un scambio di battute fra ragazzini innamorati. Eppure ci ricorda anche che stiamo al mondo come pesci, non nel senso che si sta semplicemente a galla [i pesci giocano e sono acrobati d’acqua]: i pesci non chiudono gli occhi a niente di ciò che sta loro accanto, e che li fa vivere, e che li fa stare a galla, giocando pure tra le onde del mare.


Lamberto e gli stupendi compagni di viaggio che rispondono al nome di: Luisa, Nicolò, Umberto, Alessandro, Pietro, Gianluca, Marta, Simona, Anna, Martina, Noemi, Giulia, Laura e Valentina.

Estate 2009 a Shengjin

pubblicato 05 feb 2012, 08:27 da Amministratore Dominio

Oggi, 5 agosto 2009, siamo partiti per l’Albania. Chi ci è arrivato in auto (gruppo “Seghetti” di Verona), chi è giunto in aereo (gruppo di Brescia). Cosa ci ha spinti lo sappiamo: il desiderio forte di un incontro con una popolazione ed una terra a noi sconosciute. Cosa troveremo rimane un’ipotesi azzardata. Ci aspettano sicuramente le quattro meravigliose suore della missione di Shengjin, al Nord, ma il resto è l’incognita di una povera terra schiacciata dagli abusi potere, dal regime, sino alla fine degli anni ’90, quando noi vivevamo già da tempo i preziosi frutti della democrazia.

Questa terra, al primo sguardo, ci ha offerto rifiuti, un’aria inquinata da auto malridotte, strade dissestate e cubi di case abbandonate. La natura, bene comune di tutti e per tutti, non viene considerata qui un effetto personale da preservare (a differenza di Tirana o Kruja, vecchia capitale dell’Albania). Tuttavia, il contatto con la gente, con i ragazzi animatori che hanno collaborato nell’attività di Grest per i bambini, ci lascia sperare nella voglia di cambiamento.

Non è stato facile lavorare con classi numerose, senza regole, poco abituate ad ascoltare, piuttosto interessate al regalino finale portato dall’Italia, quel regalo che molti non si possono comperare. La nostra storia della “Gabbianella e il gatto” ha, però, condotto ad una riflessione profonda sulla speranza, sulla libertà. Un bambino mi dice che la sua aspirazione più alta è quella che l’Albania entri in Europa e lui possa volare in Italia con un visto che, al momento, è ancora impossibile ottenere. L’Italia come terra di speranza.. Vorrà studiare da noi, apprendere, vivere la nostra democrazia e poi tornare e portare questi doni alla sua terra, dove il concetto di libertà è stato confuso con il libero arbitrio, dove ciò che è personale vale qualcosa e ciò che è di tutti non vale più. Questa è la possibilità. C’è chi, invece, vuole realizzare le proprie aspirazioni a Tirana, a Lezha, a Scutari. C’è chi aspirazioni non sembra averne. Mancano spesso i mezzi e, talvolta, anche il pensiero del futuro: è più importante mangiare e sopravvivere ora.

Non so quanto siamo riusciti a promuovere il pensiero, le idee di questi bambini. Abbiamo fatto del nostro meglio in poco tempo. So soltanto che loro ci hanno obbligati a decentrarci dal nostro unico punto di vista italiano per poterli capire. E’ stata una ricchezza inestimabile per tutti e ciò che ci porteremo gli uni e gli altri nel cuore è la convinzione che la gabbianella volerà un giorno, sicuramente, aiutata dall’incontro con il gatto Zorba.

E a tutti noi l’augurio di apprezzare quotidianamente, nel giusto valore, il sommo bene a noi concesso dalla storia: la libertà nella democrazia.

 

Ilaria

Con il Kosovo negli occhi e nel cuore

pubblicato 05 feb 2012, 08:26 da Amministratore Dominio

[Diario di viaggio tra polli, aquilotti e aquiloni]

Ho pensato fosse meglio scrivere subito, appena tornati in Italia, in una giornata limpida di ferragosto in cui la città pare cuocersi al sole. Disfatte le valige riapro con emozione le pagine del minuscolo moleskine che assieme a Stefano, Andrea e Sara ho riempito durante la permanenza in Kosovo e Albania tra il 28 luglio ed il 14 agosto.

 

Nei paesaggi della memoria prendono posto, ancora piuttosto disordinatamente, centinaia di visi, animi e sorrisi; mattoni, angurie e fango; palloni, militari e cicogne; frontiere, montagne, sabbia di mare. Ricordi che ancora oggi vivono prepotentemente e che han fatto radici per il domani.

Sono con me Suor Gianna, Sara, Stefano e Andrea. E Amedeo, il furgone Volkswagen bianco. L’arrivo in Serbia [dogana di Lipovac] avviene solo nel pomeriggio di un sabato di fine luglio e dopo un paio di ore ci troviamo paralizzati nel traffico infernale di Belgrado. All’ora di cena si decide di pernottare a Nis, ultima grande città serba prima del confine con il Kosovo; città vivace, bellissima ed ospitale, storico caposaldo avanzato dell’imperatore opposto al dominio turco. Dispiace quasi lasciarla ma al mattino si riparte verso Sud: dobbiamo raggiungere al più presto Bishtazhin.

Si valica la frontiera di Merdare dopo quasi tre ore di coda: pare che gli amici serbi si divertano a non far passare le decine di macchine di kosovari che dall’Italia o dalla Germania rientrano per stare un mese in famiglia; o soltanto per sposarsi...

A Giakova ci presentiamo presso l’attrezzatissima base AKFOR dell’Aeronautica militare italiana: strano, l’accoglienza non mi pare delle migliori. Giakova ha un delizioso mercato vecchio che attraversa le rive secche dell’Ereniku: qui abbiamo avuto la fortuna di incontrare Suli, guida d’eccezione, bambino buono dagli occhi tristi. Vende accendini [30 cent l’uno] e portachiavi a turisti e militari. Per esser precisi all’ora di cena vende arachidi nella pizzeria Oita.

Finalmente nel tardo pomeriggio scorgiamo la chiesa di Bishtazhin con il suo campanile-minareto e finalmente possiamo abbracciare le nostre compagne di avventura Monda, Yllka, Orida e Suor Assunta. I sacerdoti [don Victor e don Michele] e le suore basiliane [Eleonora, Raffaella e Irene] ci riservano alcune stanze presso il nuovo complesso parrocchiale.

 

Ci manca un po’ tutto e ben presto scopriamo che l’elettricità in Kosovo -come in Albania- non è assicurata, anzi: si può stare senza luce e con il frigo spento anche per sei, sette ore.

Ma la macchina organizzativa del griver parte: ci muovono ottimismo, felicità ed un eccellente spirito di collaborazione. Yllka e Sara procedono a registrare il nome dei bimbi [da subito numerosissimi]; Orida e Stefano si trasformano rispettivamente in gallina e aquila mettendo in scena le rappresentazioni dell’aquila che si credeva un pollo.

I gruppi di lavoro vengono suddivisi per classi di età: si discute attorno alla tematica del giorno [ricavata dalla storia dell’aquila] disegnando, colorando, parlando fino al momento dei giochi di squadra organizzati da Andrea: intense ed appassionanti sono state le sfide combattute da Gialli, Arancione, Blu e Rossi. Fondamentali i momenti di preghiera e catechesi di Suor Gianna, Suor Assunta e Yllka: i bimbi sono attenti e partecipi anche durante i canti ed i buns fatti sulla scalinata della grande chiesa. I giochi di squadra organizzati da Andrea raccontano invece l’importanza di crescere vicino agli altri per scoprire che ognuno di noi ha un ruolo diverso per diventare “grande”.

Nei dipinti a gesso dei bambini alcune cose si ripetono, fondamentali: una casa [bella ed accogliente], il sole; le montagne. Il Kosovo. Un popolo che sta riconquistando la propria dignità anche se non riesce ancora a raccontare la guerra che ha vissuto, alimentato, subito. Penso che i colori di quei gessetti, magari oramai dalle forme indefinite, stiano ancora macchiando i viottoli del cortile parrocchiale; nonostante tutto qualcosa dovrà pur rimanere, ne sono sicuro, per sempre. Il pensiero mi commuove.

La messa delle 11 a Bishtazhin vede una nutrita partecipazione di gente [ma non vedo i nostri bambini!]; rimango sul fondo a sinistra, dalla parte degli uomini: noto con piacere che qualche moglie trasgredisce saggiamente alla tradizionale divisione stando accanto al marito. Alle nostre spalle il coro guidato da Suor Irene si comporta decisamente bene e vede la partecipazioni di voci sia maschili che femminili. Nell’aria si mescolano profumi di dopobarba e di vestiti appena inamidati. Sull’altare don Victor mi pare predichi molto bene ma i presenti sembrano un pubblico composto più che fedeli rapiti dalle parole del proprio pastore.

 

Al pomeriggio di martedì 31 incontriamo con suor Raffaella i giovani del paese: la prima impressione è che con loro si faccia fatica a comunicare e pare non sia solamente questione di lingua: verremo presto e con gran stupore smentiti. Un dato viene purtroppo confermato, ovvero il fatto che non lavorino.

Poco dopo si parte per Giakova per l’invasione [quasi] pacifica della base italiana dell’Aeronautica: siamo infatti ospiti del cappellano don Giuseppe [Don Gì], del Caporale Cassano e del Tenente Bottino [divenuto un mito, vista la sua magnanimità]; si visita anche la “tana” della AKFOR italiana: musica, cocktail e shouts, sempre sotto la “rigida” e paterna supervisione di Don Gì.

 

Il giorno successivo si raggiunge anche il monastero medioevale di Visoki-Decani, paradiso del cristianesimo ortodosso protetto dai militari italiani. Un giovane monaco, lungo, buono, barbuto e nero ci accompagna con la propria veste consunta nella chiesa principale illustrandoci il significato degli affreschi rappresentati. Da annotare anche la conoscenza con il gentile monaco del banchetto dei souvenir, proprio nell’atrio interno della chiesa che ci intrattiene piacevolmente facendoci gustare diverse essenze di incenso.

Sulla strada per Giakova capita poi di rallegrarsi per qualche minuto tra gli invitati ad uno dei molteplici matrimoni.

Conosciamo in questi giorni anche alcune famiglie del villaggio, tra cui quella di Kristi, il quale presto partirà altri due amici per Padova; scopriamo altre usanze: quella di togliersi le scarpe prima di varcare la soglia di casa e quella di ..non bere mai tutto il contenuto versato in un bicchiere, altrimenti viene continuamente riempito! La casa di Kristi è molto modesta ma ha un grande giardino con galline e qualche maiale.

La storia di Rhaza a Isniq: la sua è una delle molte storie di profughi kosovari che dopo più di tre giorni di cammino arrivarono sette anni fa in Albania, a Shengjin, proprio dalle nostre suore, passando per i sentieri impossibili della frontiera di Kukes; il figlio ora ventenne lavora all’aeroporto di Pristina, parla inglese. Ricorda naturalmente tutto di quei giorni tragici [lo fa sorridendo amaramente]. Mi racconta del suo islamismo da non praticante [come nella maggior parte dei casi] e della crisi ancora gravissima della sua nazione prevedendo un futuro decisamente poco roseo.

In compenso la mamma Rhaza ricama benissimo, ha una nipote chiamata Verona e il marito fa un delizioso raki. La sua è una bella casa in un paese che pare abbandonato, decrepito, così come la piccola moschea che ha accanto un cimitero di giovani e vecchi dimenticati. Appena fuori, accanto alla piazza, una tipica kulla [casa] albanese, patrimonio storico e culturale della nazione. Tutto attorno colline disseminate di tombe di partigiani UCK con le immagini dei giovani incise sul granito nero.

 

Ci spostiamo verso la capitale, Pristina, in un giorno di pioggia. Andrea contratta senza successo un ombrellone Algida da un fruttivendolo, al quale non va proprio di prestarcelo. C’è tempo per conoscere il qendra della città la quale –pur intristita e decisamente brutta- pare quasi moderna con banche, grandi hotel, ricchi magazzini, la grande università americana [da 6.000 euro all’anno] e un raffinato shopping center.

Il compleanno di Suor Gianna lo festeggiamo invece al piano alto di in una piccola pasticceria di Prizren, capoluogo densamente abitato del distretto omonimo, antica capitale serba al confine con la Macedonia, ma anche possibile capitale di un’ipotetica Grande Albania: bakllave e altre paste davvero deliziose contribuiscono a ravvivare il cielo bigio. E poi la grande moschea medioevale di Sinan Pasha dove preghiamo e dove cerco di imitare i pochi fedeli; Suor Gianna e Orida salgono una ripidissima scaletta a chiocciola: lassù è il posto riservato alle donne. Ci sono anche un paio di adolescenti che sgranano il loro rosario: si vede che vengono lì spesso e la nostra presenza incuriosita non li infastidisce affatto. Dapprima l’imam, quindi il giovane cerimoniere ci accolgono con serena ospitalità. Alzo la testa: siamo cosparsi da affreschi settecenteschi con motivi floreali su una struttura antica e interessantissima.

La bella Prizren lascia l’impronta indelebile della sua essenza turca. E soprattutto i segni ancora freschi della guerra che l’ha devastata: sotto il castello, alle pendici del monte Sar, l’antica chiesa ortodossa chiusa e protetta dal filo spinato e presso il suggestivo monastero protetto da algidi militari tedeschi.

L’ascesa alle rovine del castello, breve e ripida, mostra le ferite della distruzione e il caos della grande città sottostante. Che vive. Gli elicotteri della vicina base militare sono a ricordarci che qualcosa è successo e che il tempo a volte, troppe volte non è passato. Ripartire per Giakova sembra sia come tornare a casa, al sicuro.

 

Pec, altra città interessantissima un po’ per la moschea quattrocentesca, un po’ per il centro ricco di botteghe artigiane, un po’ per il tempio cattolico in stile eclettico ma soprattutto per il monastero serbo-cattolico ove è la chiesa madre dell’ortodossia balcanica. Silenzio; canti nell’ora vespertina; riflessi colorati dalle pareti opache; crocifissi consumati da baci; sarcofagi spalancati; iconostasi parlanti. E poi ancora silenzio; aria turgida di preghiera. Rimango attonito da tanta bellezza. Bellezza antica di affreschi, ori e marmi remotissimi, di una storia che permane –nobilissima- nonostante tutto, nonostante le guerre.

La guerra: ne parla con saggia discrezione nel suo italiano francesizzante, la donna che ci guida: la guerra, dice, si sarebbe potuta evitare in ogni parte dei Balcani se solo le fedi coinvolte avessero preso delle posizioni definite a favore della pace. Parla per decine e decine di minuti, ma sarei rimasto ad ascoltarla con gran piacere. Il sole però di fuori declina tra le gole e i boschi della profonda valle; e sempre mi domando quale mondo si sarebbe aperto proseguendo oltre il monastero.

 

Nelle giornate di pioggia non è rimasto altro che andare nel pallone: ma nel vero senso della parola, difatti la parrocchia di Bishtazhin nasconde alle sue spalle un modernissimo campo da calcetto coperto dove ogni sera si ritrovano i giovani [e non solo] del paese: si beve dell’ottima birra Peja e la squallida Pitt Bull. Il caffè preparato in qualche maniera da Kristi è incredibilmente buono: e io che non mi fidavo, soltanto per quella manciata di mosche in più.

E dato che gli abitanti di Bishtazhin sono molto sportivi, si accetta la sfida a calcetto Italia-Kosovo [in realtà le squadre sono miste]: nonostante il panino ripieno di cevapcici mangiato poco prima, mi sento al sicuro con Monda in porta, Yllka e Stefano in difesa, mentre in attacco sfonda le maglie avversarie Orida, autentico bomber carioca. Libero, alla maniera del buon vecchio Oriali, non può che stare Andrea. A bordo campo, tifose accanite e parzialissime, Sara, Assunta e Gianna.

A fine partita scaturisce un’improbabile chiacchierata [in quale lingua? Le abbiamo provate tutto, poi si passa ai gesti] tra noi calciatori dell’ultima ora: meno male che a tener banco sono le nostre amiche shqiptare.

 

Ma dove eravamo rimasti con la nostra storia? L’aquilotto che si credeva un pollo infine imparò a volare. Ma mentre la favola finiva, iniziava la grande festa finale con canti e danze tradizionali e la riproposizione della storiella del pollo. E fanno la loro timida comparsa anche i genitori: e così il villaggio di Bishtazhin, distretto di Giakova, imparò a volare…

E come dimenticare l’aquila Driton, Prenk l’aquilotto; Dominik la chioccia; Mikel il narratore, le galline Rikard ed il buon Kristian. La festa è un trionfo: canti popolari, danze, recite e -dulcis in fundo- la clamorosa lotteria finale.

Al pomeriggio il cortile della parrocchia di Bishtazhin si riempie invece di ragazzi. Iniziano le danze; finiranno solo a tarda sera. Perché in Kosovo, come in Albania, quando c’è tempo e un po’ di musica si balla, senza pensare ad altro; si balla; si balla fino a quando ce n’è…

 

Trascorsa l’ultima notte kosovara il furgoncino Amedeo si fa bello in un lavazh: è tempo di abbandonare il Kosovo; con le lacrime agli occhi. Salutiamo rattristati anche Suor Gianna che riparte per l’Italia. Si parte per l’Albania e per conoscere finalmente Shengjin.

Il viaggio a Sud è la cronaca di una giornata lunghissima tutta tornanti, buche, strade distrutte o in costruzione: da Kukes a Fushe Arres a Puke e poi in picchiata fino a Lezhe.

Shengjin è subito lì, sopra quella striscia di sabbia conquistata furiosamente alla montagna rossa. Musica techno-pop, Ramazzotti, odori forti, ragazzi che tornano dalla spiaggia, mostri di cemento sorti come funghi proprio davanti alla piccola casa delle suore. La strada è una pista da go-kart che attraversa prima le paludi delle baracche per arrivare infine al porto. C’è tempo anche per dar un’occhiata a Durazzo al sabato sera: è festosa e vivacissima.

 

A Shengjin Vera ci apre il coloratissimo asilo di Suor Assunta e le baracche, regno di fango secco, mosche e odori fortissimi di umanità. Genti si costruisce la casa, pian pianino, tanto per loro non è domenica; cinque minuscoli amici pelano quintali di patate e ci accompagnano tra le loro quattro pareti di legno; Genta biondissima in pigiama si stropiccia gli occhi, ci guarda da sotto in su e corre via scodinzolando a piedi nudi sulle crepe di quella terra arida.

C’è tempo ancora per la messa proprio sotto la casa delle suore e ancor prima per l’ultimo bagno dell’estate. Guardo la sabbia tra gli ombrelloni verdi dove la vita sembra scorrere serena e spensierata e penso ai bambini di Giakova, ai loro sguardi, ai loro abbracci. Sento l’Europa che si avvicina e un po’ mi preoccupa: vorrei godermi ancora un po’ questa terra che mi dà senso, gusto e vita; vorrei capirla e ancor di più amarla.

 

Ma è tempo di ripartire per l’Italia; salutiamo Lorenza, Barbara, Michela e Andrea del V.Ai. che ci hanno rifocillato e custodito durante la permanenza in Albania; un ultimo giro con Andrea per salutare le baracche, quindi si punta decisamente in direzione di Scutari, verso la dogana di Muri Cane. Si passa presto il confine con il Montenegro, dove tutto pare diverso.

Mai ritorno fu più veloce; è vero che ci è costato due giorni di macchina, ma eravamo quasi proiettati violentemente verso la nostra patria. E non era per fuggire dall’Albania, nondimeno dal Kosovo. E’ una sensazione strana, penso impossibile da descrivere. Le coste tentatrici del Montenegro; la bellezza disarmante di Dubrovnik; la traversata delle Bocche di Cattaro, il fascino spettrale del porto di Ploce, le foreste della Serbia, la buona birra slovena… niente riesce a distrarmi da quanto vissuto nei giorni precedenti. Niente è più reale di quel ricordo, di quei cento, mille sguardi che abbiamo incrociato e che abbiamo amato; niente è più importante di quei giochi e degli abbracci rubati avidamente dai bambini.

Grest estivo in Albania

pubblicato 05 feb 2012, 08:25 da Amministratore Dominio

Ricorderò per sempre l’estate duemilasei per l’esperienza che ho vissuto nel “Paese delle aquile”, una terra così vicina geograficamente ma così lontana per modi di pensare e tradizioni. Il 26 luglio 2006, insieme a Barbara, Lorenzo e Michela, sono partita per l’Albania, destinazione Shengjin.

Il viaggio è stato lungo ma divertente e ricco di sorprese, ci siamo fermati due notti a dormire in Croazia dove abbiamo approfittato per fare alcuni bagni, dato che il mare era veramente pulito ed abbiamo visitato Dubrovnik.

Nel pomeriggio del 28 luglio, dopo aver attraversato i boschi e le brulle colline del Montenegro siamo giunti a Shengjin, alla Missione delle Figlie del Sacro Cuore, dove ad attenderci c’erano suor Nicoletta, suor Fernanda, suor Rosa e suor Assunta.Shengjin è un paese potenzialmente bello: situato sul mare, dalla Missione basta attraversare la strada per essere in spiaggia, ha alle sue spalle le montagne ma, purtroppo, non tutti rispettano e apprezzano queste ricchezze naturali e lasciano l’immondizia ovunque. Mi ha colpito molto il fatto che ci siano ancora moltissimi bunker, anche in spiaggia. La gente è piuttosto povera ed alcuni vivono in baracche.

Le prime giornate sono state dedicate al corso formativo residenziale: le ragazze e i ragazzi albanesi, di età compresa tra i 16 e i 24 anni, erano davvero interessati e volenterosi ad apprendere. Io mi sono occupata della parte pedagogica del corso: prima di partire ero molto preoccupata, non mi sentivo all’altezza del compito che mi era stato affidato perché di solito sono abituata ad insegnare ai bambini, ma poi devo dire che è andato tutto bene.

Il 2 agosto sono iniziati i GRIVER, uno al “Centro Sacro Cuore” e l’altro a Ishull. Il Griver di quest’anno è stato dedicato alla storia di San Francesco d’Assisi, figura molto importante sia in Italia, in quanto nostro patrono, sia in Albania, per la presenza da secoli di numerosi religiosi francescani. I bambini, di età compresa tra i 3 e i 13 anni, erano circa un centinaio per ogni Griver. Non potete immaginare quanto fossi emozionata al pensiero di conoscere i bambini, li guardavo tutti e cento cercando di capire chi sarebbe stato in gruppo con me, incrociavo i loro sguardi, sorridevo a chi mi accennava un sorriso. La giornata iniziava con l’accoglienza e i bans, successivamente ci si raccoglieva tutti in preghiera, un momento importante perché oltre alle preghiere tradizionali e ai canti, i bambini esprimevano le loro intenzioni ringraziando il Signore Ci si suddivideva poi in gruppi per età e si incominciavano le attività manuali.

Verso metà mattina i bimbi venivano raccolti nei gruppi misti per età, al Centro Sacro Cuore le squadre erano tre, Sole, Luna e Stelle, e si iniziava il momento più divertente ed entusiasmante della giornata: anche noi educatori ci siamo divertiti a gestire i giochi e a parteggiare per una squadra piuttosto che un’altra. Con i bambini mi sono divertita tantissimo (come sempre!), ho trovato che fossero davvero riconoscenti, al mattino ci accoglievano sempre sorridenti, ci abbracciavano e questo per me è stato il ringraziamento più bello. Con alcuni di loro ho instaurato un rapporto speciale, mi sono affezionata come se li conoscessi da sempre e qualcuno mi ha anche chiesto se l’anno prossimo tornerò, cosa che mi ha fatto molto piacere.

Nel pomeriggio, insieme a tutti gli educatori e le educatrici, si programmavano le attività per la giornata successiva, era un momento di lavoro ma anche un modo per stare insieme, ridere e scherzare. Mi divertivo molto, per esempio, ad imitare le fans di Sphat Kasapi, un cantante albanese che lì spopola di brutto L’esperienza più bella e triste che ho vissuto è stata la visita insieme agli altri volontari, alla zona delle baracche dove abbiamo ritrovato alcuni dei bimbi che frequentavano il Griver: abbiamo improvvisato un mini-Griver giocando a calcio con i maschi, a rincorrere le bimbe e cantando insieme a loro. Nel tempo libero, la domenica, ci dedicavamo al riposo e alle escursioni in città mete turistiche nelle vicinanze: fra tutte mi è piaciuta particolarmente Kruja. A Scutari abbiamo assistito ad un matrimonio musulmano in una moschea.

Durante la sera, giocavamo a carte (a briscola mi sono giocata i turni per lavare i piatti con Luca), con giochi in scatola dove c’era sempre chi tentava di barare (forse non lo sapete ma a Verona il Monopoli ha un altro regolamento…), oppure cantavamo.Durante la nostra permanenza, tramite un tir, è arrivato tutto il materiale scolastico che era stato raccolto a giugno grazie alla generosità degli alunni e delle alunne dell’Istituto delle Figlie del Sacro Cuore di Bergamo.

Suor Nicoletta e le altre suore sono state felicissime dell’arrivo di questo materiale, per loro è molto prezioso e lo useranno con parsimonia Il 15 agosto, con un po’ di rammarico, la mia avventura è terminata: siamo andati a Tirana, la capitale, ed abbiamo preso un volo per Verona. Prima di intraprendere questa esperienza credevo che l’avrei fatto solo per un anno ma alla fine ho pensato che mi piacerebbe tornare anche l’anno prossimo (anche per andare al concerto di Sphat Kasapi.

Questa estate ho conosciuto tanti bambini simpaticissimi ma anche tante persone meravigliose: le educatrici e gli educatori albanesi che sono stati protagonisti dei loro Griver e mi hanno contagiato con il loro entusiasmo, i volontari italiani, tra i quali Stefano detto “Pisu” e Luca, che mi hanno aiutato e supportato in questa mia prima esperienza, le cuoche Wanda e Meri, che mi hanno preparato tante specialità trentine (tra cui lo strudel), le suore, che mi hanno accolto e fatto sentire come a casa miaGrazie di cuore veramente a tutti e … arrivederci a presto

Francesca

Shengjin: Vanda e Antonio l'esperienza nella casa famiglia

pubblicato 05 feb 2012, 08:24 da Amministratore Dominio

Eccoci di nuovo in partenza per l'Albania; questa volta ci sentiamo più sicuri e affrontiamo il viaggio con gioia e serenità. All'aeroporto di Tirana ci accoglie

Sr Assunta con tanta simpatia e affetto e assieme ci avviamo alla casa di Shengjin. Quando la vediamo, ci sorge spontaneo dire: "Ci sembra di essere ritornati a casa!" Come al solito ci viene incontro Sr Lorenza, rassicurante e materna, sempre attenta ad ogni nostro bisogno. Conosciamo Sr M. Stella, venuta dall'India per un breve periodo: è allegra e ricca di entusiasmo per tutto ciò che è nuovo. Pochi giorni dopo ritorna Sr Fernanda con la quale nasce subito un "Feeling" di collaborazione e simpatia. Grazie di cuore a tutte voi, per il bene che fate a chi è ospite e soprattutto alla popolazione di quel paese che ha veramente bisogno della vostra costante e rassicurante presenza. Il 1° luglio inizia la nostra nuova esperienza: . La famiglia nella quale siamo inseriti, fa parte della comunità "Papa Giovanni XXIII" ed è ospite qui alla Casa del S. Cuore. E' composta da papà e mamma (affidatari), bambini piccoli e adolescenti, più alcuni operatori, per un totale di 16 persone.

Alla sera veniamo presentati come "I NONNI" da Cristina ed Ettore (mamma e papà), che passeranno una vacanza insieme a loro, condividendo la giornata. Ben presto ci troviamo a "far parte della famiglia": giochi in spiaggia, aiuto nel preparare i pasti, riordinare e...raccontare storie o filastrocche . ai più piccoli. Molto bello il momento della preghiera: ognuno esprime un suo pensiero al Signore e si conclude con un canto o una preghiera tutti insieme. I giorni passano veloci; il legame si fa più forte... è più facile capirsi, talvolta, si sente la fatica che può portare una grande famiglia. Lo stare insieme così numerosi, ci ha insegnato tante cose: condividere, aspettare, perdonare, godere delle piccole cose, guardare alla sostanza e lasciar correre cose di poco conto che possono rovinare un rapporto. Star bene insieme nella diversità "è" possibile quando lo facciamo nel suo nome. L'ultima sera, tutti in pizzeria e discoteca sul mare per la gioia di grandi e piccoli! Il momento dei saluti - come sempre - ti prende il cuore: ci sono tante cose da dirci, ma le parole non ti escono...basta un abbraccio o uno sguardo per sentirsi vicini.

Il giorno seguente ci troviamo inseriti in un nuovo gruppo famiglia, composto da "papà" Daniele e 4 ragazzi adolescenti con problemi fisico-psichici e familiari, più un'altra famiglia per un totale di 14 persone. All'inizio eravamo un po' titubanti, ma poi l'entusiasmo e il modo coinvolgente di Daniele ci fanno sentire subito a nostro agio. Vediamo quanto amore e sicurezza Daniele dà ai suoi ragazzi che lo amano sinceramente.

E' un'esperienza un po' diversa, forse ci sentiamo più coinvolti; forse più ricchi di umanità e valori spirituali, capiamo quanto è importante fermarsi ad ascoltare, accettare il diverso, condividere la giornata in tutto e pregare insieme. Vorremmo proprio sottolineare come questi giorni abbiamo "sentito" la presenza di Gesù, la sua mano di sostegno e forza, soprattutto neri momenti un po' pesanti. Tutto scorre veloce e viene l'ora dei saluti. Sentiremo la nostalgia di questi giorni...li porteremo nel cuore con gioia e tenerezza e...chissà Miruphafsci!
Antonio e Vanda

Estate 2003 : Griver a ishull Shengjin

pubblicato 05 feb 2012, 08:23 da Amministratore Dominio

Griver a Inshull Shengjin 29 luglio 16 agosto

Le testimonianze del secondo Grest ( in albanese Griver) tenuto a Ishull Shengjin

Barbara

Il 29 luglio ci siamo recati per la seconda estate consecutiva a Shengjin, dove ci attendevano 12 giorni di griver improntati sul racconto del Libro della Giungla.

E' stato bello ritrovare gli animatori già conosciuti lo scorso anno, vederli cresciuti e maturati, lo è stato ancor di più vedere nuove leve avvicinarsi per la prima volta a questo ruolo di cui abbiamo voluto sottolineare l'importanza e la bellezza.

Certo i nostri animatori, tra cui quattro ragazzi, sono molto giovani ma proprio su questo abbiamo voluto puntare senza paura di qualche pasticcio,di qualche giornata di non voglia o semplicemente col rischio di vederli giocare o disegnare con più entusiasmo dei bambini.

Siamo convinti che dar loro fiducia e renderli responsabili dei più piccoli sia stato un passo importante per la loro crescita e una spinta per gli impegni che avranno durante l'anno.

La giornata è stata organizzata in modo che al mattino i bambini, nei diversi gruppi, lavorassero ai laboratori mentre al pomeriggio divisi in fasce d'età si affrontassero in giochi di ogni tipo. Pensiamo che il riuscire ad insegnare giochi semplici ma diversi dal "solito" calcio sia stata una buona scelta pur talvolta un po' faticosa anche per il problema della lingua.

Così tra disegni, collage, realizzazioni in cartone, cartelloni...bans, balletti e un'ottima rappresentazione della storia si è giunti alla grande festa finale per la quale avevamo lavorato un pochino ogni giorno senza annoiare troppo ma facendo presente ai bambini che tutto ciò che facevamo nei vari gruppi avrebbe contribuito a realizzare qualcosa di grande e bello proprio perché tutti in questa "storia" avevano la loro piccola parte.

Come gruppo crediamo molto in questo stile d'animazione in cui tutte le proposte dei singoli vengono discusse, in cui chi segue i bambini dell'asilo sa cosa stanno facendo i ragazzi delle medie e viceversa, in cui le difficoltà si affrontano insieme. Siamo soddisfatti dei risultati ottenuti e lo siamo anche di aver trasmesso per due anni di seguito ai nostri animatori albanesi questo stile in cui sono rimasti coinvolti, è stato bello non percepire più la distinzione tra gruppo di italiani e di albanesi ma sentirsi parte di un solo gruppo. Bellissima anche l'esperienza di condivisione con gli amici di Brescia, di Belluno e di Shengjin con i quali abbiamo trascorso giornate e serate indimenticabili tra canti, danze e giochi di abilità e cultura!!!

Non pensiamo esserci state vere difficoltà né aspetti negativi, è andato tutto talmente bene che al nostro ritorno ci siamo sentiti tutti un po' soli. Per ultimo un grazie mille a voi suore che ci avete accolto benissimo come sempre, che ci avete aiutato, che ci avete sopportato quando volevate dormire ma con la nostra "plaia" vi era impossibile farlo, grazie perché ancora una volta ci avete fatto sentire a casa.

Michela

Eccomi di nuovo a Shengjin ed ecco ad accoglierci le nostre quattro suore... per un anno intero ho aspettato di tornare in Albania, per 12 lunghi mesi ho ricordato gli incontri, le amicizie, i volti sorridenti dei bambini ed ora, finalmente, sono di nuovo qui a vivere l'esperienza del griver. E' veramente difficile esprimere quello che ho nel cuore e spiegare cosa mi abbia spinto a tornare senza più quei dubbi che lo scorso anno avevano accompagnato la mia decisione. Ciò che provo è un insieme di sentimenti legati fra loro: il rapporto con le suore proseguito a distanza ma sempre vivo e importante, l'accoglienza e la gioia che i ragazzi e gli animatori albanesi mi hanno trasmesso, la serenità vista negli occhi dei bambini, il desiderio di crescere con valori forti e grandi, la stanchezza sul volto degli anziani che osservano i cambiamenti restando a guardare sul ciglio della strada cosa sarà della loro terra convinti di non volerla abbandonare comunque vadano le cose, la voglia di studiare dei giovani per migliorarsi e poter aiutare a migliorare il Paese e, nel momento in cui si rendono conto che questo non è facile, il desiderio che nasce nel loro cuore di scappare dalla realtà nella speranza di trovare qualcosa di meglio.

Tutto ciò mi aveva già colpito lo scorso anno e quest'estate ne ho avuto la conferma: i sentimenti che si mischiano in me forse rispecchiano semplicemente la confusione che c'è in questa terra.

Certe volte mi fa paura ripensare a queste mie esperienze estive perché mi rendo conto quanto io sia cambiata rispetto a quando guardavo alla gente albanese con un po' di sospetto e paura.

Eh si, è vero che gli incontri cambiano la vita e io ne ho fatti tanti e proprio grazie ad essi ho imparato a guardare oltre, a non fermarmi nel mio piccolo e a vedere le cose senza cadere troppo facilmente nel pregiudizio. Giudicare una realtà senza conoscerla è facile.

In Albania come nel resto del mondo c'è la persona onesta e quella disonesta, chi ha voglia di lavorare e chi no, chi crede nel futuro e chi non ha speranza.

A me l'esperienza ha donato la voglia di lasciarmi coinvolgere dalla realtà che ho conosciuto, il grande desiderio di offrire un po' del mio tempo e la bellezza di tanti nuovi incontri.

Lo scorso anno Sr. Lorenza ci disse di imparare ad accogliere a "cuore aperto", forse non sono ancora in grado di farlo completamente ma sono certa che il suo sia un ottimo consiglio e insegnamento.

Un mio augurio: qualsiasi esperienza sceglierete di fare, ricordatevi di lasciarvi coinvolgere...vi arricchirà, ne sono certa!

Fabio

Mi chiamo Fabio, ho 21 anni è quest'anno ho avuto la possibilità di vivere insieme ad altre ragazze e ragazzi di Brescia, Bergamo e Belluno un'esperienza di volontariato in Albania. Si è trattato di animare un grest insieme a un gruppo di animatrici Albanesi. Siamo stati ospitati presso il centro delle Suore del Sacro Cuore a Inschull Shengjin.

L'esperienza è durata circa 2 settimane e il grest era rivolto a bambini/e e ragazzi/e in una fascia di età che andava dall'asilo fino a ragazzi di 15/16 anni.

Il filo conduttore è stata la storia del libro della giungla. Una giornata tipo era la seguente: sveglia alle 7.30 colazione e poi partenza insieme alle animatrici albanesi per arrivare verso le 8.30 alla scuola dove abbiamo tenuto il grest. Dopo un momento di preghiera e alcune note organizzative davamo inizio al grest con una scenetta (tratta dal libro della giungla) al termine della quale avevano inizio le attività e i giochi veri e propri. Tutti i bambini sono stati suddivisi in classi per fasce di età. Alle 11 aveva fine la mattinata a cui seguiva un breve momento di verifica per poi riprendere le attività dalle 16.30 alle 18. Al termine del grest si tornava al centro e si stava allegramente insieme pensando anche a preparare il materiale necessario per il giorno dopo.

Quest'esperienza mi ha dato davvero tanto. Ho dentro di me tante immagini. Ricordo le suore del Sacro Cuore semplici generose e disponibili che stanno dedicando la loro vita alla causa Albanese, sono un sostegno e un riferimento fermo per tutta quella gente. Ricordo il disarmante sorriso di Suor Rosa che un giorno ci aveva detto con la massima semplicità: "Io sono venuta in Albania perché il mio Sposo è qua. E io non potevo non seguirLo!". Ricordo i cancelli del centro, sempre aperti per accogliere bambini uomini e donne. Ricordo Suor Assuo gli stessi nostri sogni e speranze. Studiare, viaggiare, un amore felice... Sogni davvero difficili da realizzare oggi come oggi in Albania. Sogni sussurrati, sogni custoditi in fondo a un cassetto per non essere sciupati da una realtà che va in tutt'altra direzione.

Ora sono tornato a casa con tanto su cui riflettere. Innanzitutto un grande richiamo al mistero e a me stesso. Perché è proprio vero allora che nella vita non c'è nulla di scontato. A volte mi fermo a guardare l'orizzonte e ricordo quei milioni di persone che ogni giorno lottano per rimanere in vita sorretti solo da una fievole speranza. Perché io ho tutto questo? Perché io posso studiare sognare e crescere in serenità e loro no? Comnta che trascorreva tutta la giornata ad animare insieme a noi. La vedo ancora girare per le classi instancabile o mentre da sola manda via alcuni ragazzi che cercavano di entrare nella scuola per guardare le ragazze e disturbare i più piccoli. E penso ai ragazzi della classe che animavo. Erano i più grandi è spesso facevo davvero fatica a tenerli. Poca educazione, poca cultura e dietro tutto questo una famiglia disinteressata al loro destino. Sono cresciuti in strada. Molte volte ho alzare la voce ma rimanevo stupito di come si calmavano appena gli davo una pacca sulla spalla dimostrandogli che ero loro amico e che se li sgridavo era per il loro bene. Era stupendo perché quell'aria da duri improvvisamente svaniva ed emergeva il loro cuore, disperatamente assetato di un po' di affetto e di un amicizia. E come non pensare a tutte quelle ragazze Albanesi che abbiamo conosciuto animando il grest. Ci hanno stupito per la semplicità e il sorriso con cui ci hanno accolti. Si sono subito avvicinate a noi e ci cercavano. Cercavano noi! Ci siamo aperti gli uni con gli altri e siamo rimasti meravigliati dalle loro storie e dalle storia del loro paese. Un storia difficile fatta di guerre, regimi e di una povertà economica e culturale che pesa come un macigno sulla vita di tutte quelle persone. Gli interessi personali dominano ancora su quelli collettivi e la società è intrisa di regole e tradizioni che limitano fortemente la libertà delle persone e specialmente delle donne. I matrimoni spesso sono ancora "costruiti" dalle famiglie e per questo motivo ragazzi e ragazze non posso frequentarsi pubblicamente. Se lo fanno rischiano punizioni esemplari. Le donne sono in genere ridotte a un oggetto conteso, con pochissimi diritti nella società come nella famiglia dove è ancora la figura dell'uomo a dominare. Le stesse animatrici che frequentavamo erano alle prese con queste problematiche. Ragazze della nostra età che hanno gli stessi nostri sogni e speranze. Studiare, viaggiare, un amore felice... Sogni davvero difficili da realizzare oggi come oggi in Albania. Sogni sussurrati, sogni custoditi in fondo a un cassetto per non essere sciupati da una realtà che va in tutt'altra direzione.

Ora sono tornato a casa con tanto su cui riflettere. Innanzitutto un grande richiamo al mistero e a me stesso. Perché è proprio vero allora che nella vita non c'è nulla di scontato. A volte mi fermo a guardare l'orizzonte e ricordo quei milioni di persone che ogni giorno lottano per rimanere in vita sorretti solo da una fievole speranza. Perché io ho tutto questo? Perché io posso studiare sognare e crescere in serenità e loro no? Come è ingiusto trovarsi di fronte a una vita fatta di privazioni e di tormenti solo perché "sono nato qua anzi che là".. La vita si vive solo una volta e per questo bisogna lottare ogni istante per essa e per la vita di chi è stato più sfortunato. Dio ha un progetto che noi non possiamo ancora comprendere. Ma abbiamo un cuore per "sentire qual è la strada" e una libertà per scegliere questa strada. Questo è solo qualcosa di quello che il popolo albanese mi ha dato... GRAZIE.

Estate in Albania - Griver a Shengjin

pubblicato 05 feb 2012, 08:22 da Amministratore Dominio

Griver a Shengjin 12-26 luglio 2003

Alcune testimonianze del Gruppo di volontari della Dorotina di Mozzo (Bg), Bergamo e Vicenza: don Giuseppe e suor Luisa con Alessandra, Elena, Elisa, Francesca, Francesco, Giuliana, Ida, Luca, Patrizia, Riccardo

Ida

Potrei parlare di ciò che l'esperienza in Albania ha significato per me per pagine e pagine dato che sono davvero infinite le cose da raccontare. Infatti potrei parlare di cosa e di chi mi ha spinto ad andare in Albania; oppure potrei perdermi nel raccontare tutto ciò che è accaduto nella missione di Shenjin in quelle due settimane così intense che mi è sembrato, in realtà, fosse trascorso molto più tempo. E, allora, perché non parlare di cosa mi aspettavo e di cosa invece ho trovato e provato.

Se dovessi davvero scrivere tutto, correrei il rischio di perdere l'attenzione delle persone interessate, ma soprattutto, sono sicura che rimarrebbe in me sempre la sensazione di aver tralasciato qualcosa di importante da dire.

Così mi limito solo a ciò che mi preme davvero tutti sappiano, cioè le molte cose che ho appreso da questa esperienza formativa così intensa e così arricchente.

Ho appreso che esiste un diverso modo di vivere, un vivere pienamente e consapevolmente le scelte che si fanno e le situazioni che si presentano. Un modo di vivere differente perché si crede non solo in ciò che si pensa, ma anche e soprattutto in ciò che si cerca di realizzare. Questo permette di essere profondamente coinvolto da quello a cui ci si dedica.

Ho compreso che esiste un altro "ALTRO": colui che vive nel suo paese, nella sua cultura e nella sua storia...e questa volta sono io l'intrusa e l'estranea. In questo modo ho avuto la possibilità di riconsiderare il concetto di rispetto della persona in quanto tale, del suo modo di vivere e del suo modo di pensare.

E così ho conosciuto un' altro tipo di ricchezza, non quella materiale che si possiede, ma quella totalmente gratuita che si riceve dalla semplice vicinanza all'"ALTRO", dal cercare di conoscerlo per chi è e per come ci viene incontro, senza avere la pretesa di volerlo dominare o possedere in qualche modo. Si tratta di un arricchimento reciproco e nonostante tutto però rimane sempre forte la sensazione di aver ricevuto molto più di quanto si è dato. Ma ho imparato molto anche di me stessa. Ho scoperto che si possono vivere emozioni fortissime, sia positive che negative e nella ricerca di me stessa, ho tentato di osservare in che modo assecondavo o dominavo queste sensazioni. Ho riscoperto un po' quel mondo interiore fatto di pulsioni ed istinti che spinge a provare nuove esperienze e a rischiare, ma che sentivo quasi stordito dalla abitudinarietà del mio vivere.

Ho conosciuto quelli che sono per me nuovi limiti e nuove capacità emerse nel momento in cui ho dovuto affrontare e gestire situazioni non abituali, anche di conflitto, che si sono create.

Infine ho scoperto uno degli scopi della mia vita: quello di dedicarmi all'"ALTRO", perché è nel semplice sorriso di un bimbo o di una bimba a cui si è dedicato un po' del nostro tempo, nella carezza di sostegno e conforto di colui che comprende il tuo impegno e lo apprezza, che per me risiede la soddisfazione per ciò che si è fatto ed è da ciò che per me nasce quell'entusiasmo che sa guidarmi nell'agire.

Concludendo, per tutto questo ringrazio don Giuseppe che mi ha messo a conoscenza di questa importante opportunità e ha insistito perché la vivessi. Ringrazio suor Assunta, suor Rosa, suor Fernanda e suor Lorenza che ci hanno ospitato nella missione sostenendoci e dimostrandoci un grande affetto, una profonda dolcezza e sensibilità e una infinita simpatia. Infine ringrazio i miei genitori che mi hanno permesso di vivere quelle due settimane che sono risultate assolutamente importanti per la mia formazione.

Alessandra

Lo stereotipo comune che noi italiani esibiamo ogni qualvolta parliamo degli albanesi è quello di considerarli un popolo di ladri, assassini, mafiosi e sfaccendati, in quanto le nostre cronache nere riportano spesso le "disavventure" degli immigrati di questo popolo in Italia. Ma sarà davvero così? Gli albanesi sono davvero tutti dei "banditi" ? Per scoprirlo abbiamo deciso, per questa estate, di andare personalmente alla scoperta di questo paese così geograficamente vicino a noi e così legato a noi per il suo passato ed il suo presente.

E così partiamo, in treno fino ad Ancona e poi via, attraversiamo l'Adriatico in nave sbarcando a Durazzo.

Per tutto il viaggio fantastichiamo su quello che troveremo, su come saranno le persone e il paese dove andremo; quando scendiamo dalla nave al porto di Durazzo il paesaggio che ci troviamo davanti ci fa subito capire che siamo giunti in un altro mondo, in un'altra realtà rispetto a quella in cui viviamo ogni giorno : ci sono bambini piccoli e tristi che ci chiedono l'elemosina, grandi palazzoni grigi e diroccati, tutto sembra immobile e fuori dal tempo. Poi, dopo essere riusciti a trovare Diego ( il nostro ex professore di religione che ci ha accompagnato in questa avventura ), ci dirigiamo in macchina verso Shengjin, un paese circa 70 km a nord di Durazzo e vicino al confine con il Montenegro, dove si trova la missione di suore del Sacro Cuore che ci ospiteranno.

Shengjin è un paesino sul mare con case vecchie e fatiscenti, attraversato da un'unica strada ai cui lati ci sono montagne di spazzatura fumante, dove mucche e cani cercano in continuazione qualcosa da mangiare.

Noi, assieme ad un gruppo di bergamaschi e a delle ragazze del posto, abbiamo fatto da animatori ai bambini del paese che ogni giorno venivano dalle suore, facendoli giocare e divertire, ma allo stesso tempo riflettere sul Vangelo che veniva letto ogni giorno da don Giuseppe, il prete che accompagnava gli altri ragazzi di Bergamo.

Senza alcun dubbio l'aspetto più positivo di questa esperienza è stato quello di aver lavorato con i bambini poiché, nonostante fossero poveri e senza alcuna prospettiva, ci hanno accolto e dimostrato tutto il loro affetto e la loro allegria.

Affetto e allegria che non mancavano certamente nemmeno ai bambini delle "baracche", definiti così perché vivevano nel quartiere più povero di Shengjin, erano cioè i "poveri dei poveri".

E' veramente difficile esprimere a parole le emozioni che gli sguardi e i sorrisi di quei bambini ci hanno regalato, è difficile descrivere ma anche accettare le condizioni in cui quei bambini erano costretti a vivere, senza alcuna possibilità di studiare per migliorare la loro vita, senza alcuna reale prospettiva per il futuro.

Che colpa hanno questi bambini ? Perché sono nati lì e vivono in quelle condizioni ? E che merito abbiamo noi per vivere qui ?

Lo sguardo e il sorriso di questi bambini, questa è l'Albania che abbiamo conosciuto e che porteremo sempre con noi. Uno sguardo che ci costringe a pensare di essere fortunati ad avere tutto quello che abbiamo, magari nel ricordo di chi, come Fortunato, nonostante avesse la mamma prostituta ed il padre ricercato dalla polizia internazionale, chissà dove nel mondo, riusciva comunque a sorriderti, stringendoti forte la mano per la paura di venire abbandonato.

E se un giorno ci troveremo a dire di voler affondare a cannonate le navi di profughi che arrivano nelle nostre coste, cerchiamo prima di pensare che su quelle navi ci potrebbe essere chi, come Fortunato, vive in una baracca e desidera solamente un po' di affetto.

Elisa

Ho riletto alcune delle pagine del diario che ho scritto mentre ero a Shengjn, pagine che raccontano le mie emozioni, quelle da "pelle d'oca"...
14 luglio:"Ieri, primo sorriso di una bimba, dopo aver giocato insieme nel mare è passata sul bagnasciuga e mi ha salutato"; "E ancora l'indefinibile girotondo tutti quanti insieme per poi giocare al gatto e il topo, e quel bambino timido, in cui mi sono rivista tante volte, che alla fine ha accettato la mia mano ed è venuto a giocare"...
15 luglio:"Quando sono arrivata alle baracche e mi sono accorta che Alda e le sue amiche stavano aspettando proprio noi mi sono commossa"...
16 luglio:"Dopo un pomeriggio alle baracche mi sento caricaaaaaa!" Sembrano banalità, ma provate a viverle.
Elena

[...] Anche noi abbiamo camminato su questa strada, quando nel pomeriggio siamo andati a giocare con i bambini delle baracche. Una strada lunga, dissestata, coperta di sassi aguzzi e pericolosi, tutta sotto il sole battente. E' stupendo e sempre emozionante ripensare a questa strada ... Partendo dalla prima casa delle baracche, dove lasciavamo il furgone, fino al campo di terra battuta in cui si svolgevano i giochi, pian piano era come se tante piccole gocce d'acqua si unissero per formare un grande e movimentato fiume! Lungo questa strada i bambini ci aspettavano, non vedevano l'ora che arrivassero le cinque per giocare con noi, ci venivano incontro, si univano al nostro allegro coro, spuntavano come folletti da ogni cantuccio e camminavano con noi. Partivamo in dieci e alla fine, voltandoci a guardare, ecco: un fiume di 60/70 bambini, anche piccolissimi, tutti per mano ... un'immagine stupenda! Con noi avevamo solo qualche pallone, una corda e delle costruzioni, ma la gioia di quei bimbi di poter trascorrere qualche ora in allegria era immensa e ha riempito anche il nostro cuore di tenerezza e carica vitale. Tornavamo in missione stanchi fisicamente, ma con il cuore colmo di gioia e entusiasmo, anche noi desiderosi che l'indomani arrivasse presto, per incontrare di nuovo quelle meravigliose creature.

Volontariato in Albania : Griver a Shengjin

pubblicato 05 feb 2012, 08:21 da Amministratore Dominio

Campo-lavoro in Albania, 13-29 luglio 2002

Quest'anno, per la prima volta nella mia vita, ho vissuto l'esperienza del Griver a Shengjin. Pur partendo con la coscienza di non andare in un luogo ricco né accogliente, le prime impressioni del paese in cui avrei dovuto passare 15 giorni sono state scioccanti: strade a pezzi, scheletri di vecchi palazzi, bunker, rifiuti ovunque...

E l'incontro con molte realtà dell'Albania non era più morbido: leggi famigliari opprimenti, vendette, violenza... Ma la missione delle suore è un'altra cosa: già c'è ordine e cura degli ambienti, ma soprattutto c'è attenzione alle persone. Nonostante gli ovvi disagi, infatti, mi sono sentito da subito profondamente accolto nella loro realtà. Lo stesso vale per ragazzi e ragazze di Shengjin: nella missione, infatti, sanno che sono rispettati ed amati, e per questo si impegnano in maniera davvero stupenda con i bambini che si trovano davanti, e nei vari compiti necessari. Questo loro impegno, questo loro cercare di migliorare la vita del loro paese è stato per me la testimonianza di come l'amore di Cristo possa fare il miracolo: cambiare a poco a poco il cuore degli uomini. E Dio si è rivelato in modo particolare nei volti delle nostre suore, profondamente innamorate della loro missione, delle persone che incontrano, di tutto il popolo albanese. L'incontro con i bambini, sebbene ostacolato dalla non conoscenza dell'albanese, è stato molto intenso. La loro voglia di giocare, ma soprattutto di conoscere, di ricevere affetto dai loro animatori è stata per me una piacevole scoperta: trovando persone che vogliono loro bene, essi diventano delle persone capaci ad impegnarsi, riflettere, disegnare, ballare, vivere. L'unico amore in Dio e la continua preghiera a Lui ha permesso che anche tra noi 12 italiani, che provenivamo da 3 diverse realtà, nascesse subito una grande amicizia, che si è manifestata in collaborazione, stimolo reciproco, sostegno. E la voglia di conoscenza delle animatrici del luogo ha fatto il resto: in 15 giorni sono nate e cresciute amicizie inaspettate, spontanee e portatrici di speranza per la vita di tutti, sia qui in Italia che a Shengjin. È perciò con grande riconoscenza che ringrazio il Signore di questo incontro che ci ha permesso di vedere come il suo amore ci possa unire fraternamente anche in situazioni così distanti.

Francesco con Annalisa, Antonietta, Arianna, Chiara, Donatella, Elena, Elisabetta, Maura, Alessio, Stefano, Don Giuseppe

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